mercoledì, 7 aprile 2010

Primavera

Il blog si trasferisce qui: blog.superfluous.superfluo.org, se volete iscrivetevi ai nuovi feed.

Maggiori dettagli qui: http://superfluo.org/blojsom/blog/pic/2010/04/07/Spring.html

Scritto da Nicola Piccinini alle 10:54 AM in /

lunedì, 12 ottobre 2009

Sinteticamente

http://www.youtube.com/watch?v=5n0Cty922TI
http://www.youtube.com/watch?v=s_q7T32SrlQ
Scritto da Nicola Piccinini alle 4:11 PM in /

mercoledì, 9 settembre 2009

Logica elementare

Sul divano che gioco con Omar.

Ad un certo punto lui si sbilancia e va a dare una capocciata contro la parete:
- oh povero, vieni qua che soffio sulla bua
e gli do una bella soffiata sul capo.

Al che Omar vuole soffiare sul muro, e io gli dico che non si è fatto male e allora si avvicina e mi soffia sulla testa.
- ma no Omar, il papà non si è fatto male!
Non c'è problema, avrà pensato, e mi appioppa un paio di manate in testa e poi, tutto contento, si avvicina di nuovo e soffia sulla bua.

Scritto da Nicola Piccinini alle 11:22 PM in /

mercoledì, 2 settembre 2009

Ninna nanna, 4 su 4

Continua l'esperimento, anche oggi, in anticipo di un ora sull'orario abituale (così dovrebbe incidere meno anche questo fattore) l'ho messo davanti al video e sempre intorno al secondo minuto si è addormentato.
Scritto da Nicola Piccinini alle 1:02 PM in /

martedì, 1 settembre 2009

Ninna nanna, ulteriore conferma

Nelle due precedenti occasioni, Omar si era sì addormentato con Abiura di me, però dopo esser stato un bel po' a rilassarsi in braccio a me.

Ieri ho voluto fare una prova meno condizionata da altri fattori: ho preso il bambino mentre se ne stava tutto arzillo a giocare, gli ho cambiato il pannolino, l'ho portato davanti al pc e ho fatto partire il video. Tempo due minuti e dormiva ...

Scritto da Nicola Piccinini alle 11:30 PM in /

mercoledì, 26 agosto 2009

Ninna nanna

È il secondo giorno di fila che addormento Omar per la nanna pomeridiana facendogli vedere a tutto volume il video di Abiura di me, un pezzo che non sembrerebbe adatto allo scopo
Scritto da Nicola Piccinini alle 1:30 PM in /

domenica, 15 marzo 2009

Ti e mi

Costo di una chiamata verso lo stesso operatore della durata inferiore ai trenta secondi con piano tariffario VF Italy:
16 centesimi di scatto alla risposta più 6 centesimi per i primi 30 secondi, totale 22 centesimi.

Costo della stessa chiamata con promozione You&Me:
16 centesimi di scatto alla risposta più 7 centesimi per i primi 60 secondi, totale 23 centesimi.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:38 AM in /

mercoledì, 4 marzo 2009

Relazione d'ordine tra esclamazioni

Enrico:
- ma tu quanto pesi?
- 88 kg
- vaccadì (annuendo con la testa a sottolineare quanto sia grande il peso)
poi ci pensa su ancora un attimo ...
- quasi porca troia (annuendo con ancora maggiore convinzione)

Interessante il concetto "porca troia è più di vaccadì". Porca troia lo dice pressapoco come il Tremonti di Guzzanti alle prese con problemi di bilancio, il che mi rende la cosa ancora più divertente. Tralasciamo poi il fatto che vedendo le risate che mi sono fatto abbia aggiunto:
- questa sera lo scrivi sul blog

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Scritto da Nicola Piccinini alle 4:59 PM in personale/

lunedì, 2 marzo 2009

Affinità e divergenze

In rete trovo sempre più documenti che parlano della storia dei CCCP - FEDELI ALLA LINEA e sono lieto di perderci le ore di sonno. Segnalo un po' di roba per chi come me non ha di meglio da fare che indagare su una storia di 25 anni fa:

Scritto da Nicola Piccinini alle 3:00 PM in /

martedì, 4 novembre 2008

La macchinazione

Avere dei figli è un'occasione eccezionale per osservare da vicino lo sviluppo psico-intellettivo di un essere umano. Ovviamente un paio di casi osservati non possono essere considerati rappresentativi dell'intera specie ma offrono comunque degli spunti interessanti.

Vista l'oggettiva innocenza di un bambino molto piccolo mi sono sempre chiesto a che età Enrico avrebbe iniziato a comportarsi con malizia. Ora che ha quattro anni e mezzo posso dire che è già una piccola canaglia ma la macchinazione che ha messo in piedi oggi è così emblematica che mi è venuta voglia di raccontarla sul blog.

Premessa 1.: spesso la sera prima di metterlo a dormire, Enrico ed io giochiamo con un videogioco, o meglio, io gioco :-) e lui guarda ma è contento lo stesso.

Premessa 2.: oggi però è stato troppo birichino (come egli stesso si definisce :-) e così, per punizione, lo abbiamo minacciato di non farlo giocare.

Scena prima: ad un certo punto della serata mi chiede per l'ennesima volta se possiamo giocare, io obietto che non è che se lo sia molto meritato. Poco dopo noto che a Omar manca un calzino e allora chiedo a Enrico di andarlo a cercare. Lui, lavativo, mi dice che non ne ha voglia al che rispondo che allora il gioco se lo può proprio dimenticare. A questo punto fa un rapido giro in camera sua e dice che non lo trova, in realtà non l'ha nemmeno cercato. Se non lo trovi non giochi gli dico e allora finalmente cerca con maggiore impegno ma senza successo (è birichino ma un po' scemo ;-). Per farla breve, dopo varie discussioni, mi alzo e subito trovo il calzino che era dove gli avevo suggerito di guardare. Enrico inizia a protestare dicendo che aveva capito male ecc. ecc. ma io non sento ragioni.

Scena seconda: dopo un po' Enrico sembra rassegnato e si aggira per la casa, ad un tratto però mi si avvicina e mi dice: Guarda il piede di Omar. Io in un primo momento penso che voglia farmi vedere che è completamente coperto dalla braga dei pantaloni e non capisco il problema. Lui allora insiste, alza la braga e, sorpresa, il piede è di nuovo senza calzino! Che strano vero?

Ha confessato tutto non appena gli ho detto che avevo capito il trucco, per fortuna non è ancora così corrotto da mentire spudoratamente!

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:51 PM in personale/

mercoledì, 3 settembre 2008

BlogFest 2008

Venerdì 12 settembre parteciperò al MARTCamp. Sabato invece provo ad andare a qualche altro evento della blogfest, magari a quello di GIScover (all'interno del BlogFest BarCamp). Se passate di là fate un fischio.

2008-Set-09 CEST: sabato purtroppo non riesco ad esserci

Scritto da Nicola Piccinini alle 1:11 AM in /

martedì, 15 luglio 2008

Gusto formica

Scena prima: un giorno di inizio primavera, la cucina è invasa dalle solite minuscole formiche che ogni anno, passati i mesi freddi, si rifanno vive. Io mi sto rifocillando con delle fette di pane ai semi di girasole e nutella, una vera delizia. Per quanta attenzione uno ci metta è immancabile che molti semini si stacchino dal pane e cadano per terra o sul tavolo o, nel mio caso, sul piano di lavoro. Poco male visto che raccoglierli con i polpastrelli e schiacciarli tra i denti uno ad uno è un'altra piccola soddisfazione per il palato.

Nella penombra del tramonto passo dalla cucina, raccolgo l'ennesimo semino e lo metto in bocca ma quando lo schiaccio ha un gusto molto particolare. Dopo due secondi di riflessione capisco di essermi appena mangiato una formica, la cosa strana però è che quel gusto non mi è nuovo, mi ricorda qualcosa ma non so dire cosa ...

Scena seconda: un giorno di fine primavera, la stagione delle ciliegie sta per concludersi e sugli alberi rimangono solo quelle scartate dai contadini o perché troppo piccole o perché un po' rovinate. A contendersele merli, insetti e lo scrivente con prole al seguito. Ne raccolgo una ma è già stata colonizzata dalle formiche, poco male, io non sono particolarmente schizzinoso e così le soffio via e me la mangio. Ecco che riassaporo quel gusto e capisco dove l'avevo già sentito: le ciliegie molto mature sono spesso assalite dalle formiche che per scomporle secernono delle particolari sostanze che impregnano anche il resto del frutto!

Conclusione: le formiche sono buone, hanno lo stesso gusto di certe ciliege molto mature.

Più in generale il mangiare insetti pare essere una buona abitudine alimentare, meglio pane e nutella comunque.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 4:58 PM in /

venerdì, 1 febbraio 2008

Feed, bagni e pallavolo

Devo scrivere un post perché ho costretto il mio amministratore di sistema di fiducia ad aggiungere i feed di Superfluo e Superfluous al suo lettore e non voglio deluderlo. Così vedo anche se è attento, come quando simulavo attacchi di hacker per vedere quanto ci metteva ad accorgersene :-D . Sto scherzando, non l'ho mai fatto ;-) .

Enrico è un puzzone e non vuole mai fare il bagno però quando riesci a ficcarlo in vasca poi non vuole più uscirne e devi sorvegliarlo per evitare inondazioni. Omar lo metti a mollo ed è felice, sarà che gli ricorda di quando se ne stava beato immerso nel liquido amniotico.
Stasera ho fatto il bagno ad entrambi. La cascata tipo bagno termale giapponese imitata con l'ausilio di una bacinella è stata molto apprezzata da Enrico, meno dalla mamma quando ha visto gli effetti sul pavimento.

Cambiando argomento, dalla miniera che è YouTube: gli ultimi minuti della finale del mondiale di pallavolo 1990, uno dei momenti sportivi più emozionanti che abbia mai vissuto. La schiacciata finale è di Lorenzo Bernardi che è uno dei miei miti. Grazie al nuovo sponsor Seba, il tuo caldaista di fiducia tra un po' cambieremo le magliette e son riuscito ad accaparrarmi il numero 9 :-) . Peccato che mi tocchi sempre giocare come centrale anche se sono nato per fare il laterale, il problema è che di laterali ne abbiamo già troppi.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 2:18 AM in personale/

mercoledì, 31 ottobre 2007

Omar

Oggi:
Omar

Per pari opportunità ;-), circa 3 anni fa, quando non avevo un blog:
Enrico

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:56 PM in /

venerdì, 28 settembre 2007

Lucciare

Tante volte mi piacerebbe riportar qui qualche uscita divertente di Enrico ma purtroppo di solito me le scordo troppo in fretta. Non oggi però:

  • a cena, fetta di formaggio sul tavolo. Enrico:
    - fa vedere che c'è scritto Asiago
    Si riferisce al marchio impresso nella crosta. Prendo la fetta e gliela mostro con la scritta rovesciata, per vedere se se ne rende conto e gli chiedo:
    - cos'è che c'è scritto?
    - Asiago
    Allora giro la fetta e dico:
    - e ora?
    - Bel Paese
  • dopo cena, ad un certo punto Enrico spegne tutte le luci ed inizia a perlustrare la casa con torcia elettrica, dicendomi cose tipo:
    - lucciamo qua, lucciamo là, che bello lucciare!

    lucciare ...
    proiettare un raggio di luce con una torcia elettrica?

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Scritto da Nicola Piccinini alle 12:45 AM in /

sabato, 25 agosto 2007

I video del Mario Cagol

Forsi za save che go idee n'atim tradizionaliste sul talian e alora no ve meraviieré se ve digo che anca el dialet el ga el so perché :-) . Enfati ogni tant m'era pasà per la testa de scrivar qualche post en dialet ma sicome za no ghe sto tanto drio a sto blog ho sempre lasà star.

Ades però el Lemi el m'ha dat l'ocasion giusta: se capì en po' de trentin vardeve anca voi i video de sto Mario Cagol, che i fa bastanza sganasar dale risade :-D. (sugeriso su tuti Goldrake geloss, Supercar, l'Uomo Ragno aka Segapaia e Alien).

Podria fermarme chi ma za che ho scominzià fago qualche altra considerazion:

  • primo, scrivar en dialet l'è en bordel, perché el dialet, se sa, l'è na lingua parlada. Quei che è boni de farlo spero che i me perdonerà per tuti i'erori che ghe sarà ne sto testo.
    Ades che ghe penso magari la prosima volta che me ven voia de esprimerme en dialet fago en podcast che el se presta de pu :-D ;
  • secondo, el dialet trentin el ga mila varianti, mi zerco de rendar quel del me paes ma se te fai en par de chilometri za cambia qualche parola e magari l'intonazion. Tant per dir: a Lavaron parlen pu o men cosita ma a Folgaria (quindese chilometri pu en là) l'è tut n'altra roba. Co me moie po, che l'è sempre trentina ma del Garda, fen fadiga a capirne (ma questo el vale per tuti i sposi ;-). Per no parlar po de Luserna (dese chilometri pu en qua) che i sa ancor el cimbro o de zo en val (dese chilometri pu en zo) en do za i parla vicentin.

    Eco, che se sapia, sto qua pu o men l'è dialet de Lavaron, anca se bisogneria considerar che el cambia en po anca da frazion a frazion e se digo nikestozele el capiso mi e pochi altri.

  • terzo, per mi l'è tanto più fazile esprimerme en dialeto che en talian. L'è perché son madrelingua trentin e'l talian l'ho emparà pu avanti, co navo a scola. Per tanti ani prima de parlar co la maestra dovevo pensar la frase en dialet e dopo tradurla en talian e anca ades per la verità fo fadiga col talian, se vede che le lingue no l'è el me forte;
  • quarto, el dialet che parlen noi zoveni (per no dir de quei davero zoveni) l'è ormai slavarì. Voio dir che el talian el l'ha enfluenzà pesantemente e tante parole vece, che l'era proprio carateristiche el le capiva solo en trentin, l'è stae sostituide dalla parola taliana dialetizada e ormai le narà perse co morirà quei che ancor el le sa e'le dropa. L'è en po en pecà ma se ciava;
  • quinto, quando ho scrit tuta quela menada sule parole inglesi nel talian avevo pensa anca a quel che suzede con talian (e anca l'inglese) nel dialeto ma no avevo zontà anca sta parte che l'era za longa asà. El fago qua en poche parole: come ho za dit nel punto qua sora el dialet el reagise ben (secondo mi), le parole le ven sempre adatade, storpiade, fate sonar ben col resto dela frase en dialet. Probabilmente l'è ancora perché el dialeto l'è na ligua parlada e così no ghe gnanca el problema de come scrivar le parole nove e tuto l'è pu fazile e semo tuti pù contenti.

Eco, ades son anca en po curios de saver chi che lezerà sta roba. Così vedo se ghe qualche trentin che pasa de chi o se l'è vera, come ho sempre pensà, che i dialeti del triveneto i li capise en po' tuti perché i'è fazili. Ensoma, se se rivai fin chi e avé anca capì pu o men quel che volevo dir, scriveme magari en comento, grazie.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 1:21 AM in trentin/

sabato, 12 maggio 2007

Blecaut

Blecout, via Garbaland. Condivido in pieno il messaggio ecologista e mi compiaccio del crescente numero di inconsapevoli aderenti a scrivi come mangi. Un altro esempio d'attualità: femily dei sul web è scritto sopratutto così come l'ho riportato (io però metterei una i al posto della y) femili dei come scrivono alcuni sul web.

Già che sono in tema, un altro esempio interessante è l'iPod, un eclatante caso di parola che, anche se di uso comune, non si è ancora riusciti a capire come pronunciare in italiano perché, in mancanza di una regola precisa, ognuno continua imperterrito a portare avanti le proprie convinzioni, che macello :-) !

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:07 AM in spunti/

martedì, 8 maggio 2007

Io sto bene

Un post, tanto per dare un segno di vita. Non è che mi manchino le cose da scrivere (tutt'altro) ma il tempo per farlo decisamente sì. Alcune cosette:

  • per chi ancora non lo sapesse la famiglia Piccinini è nuovamente in dolce attesa. L'arrivo del nuovo bimbo è previsto tra fine ottobre e inizio novembre e ancora ignoriamo se si tratterà di una peste maschio o una peste femmina;
  • a proposito di bambini, non sono una persona che si emoziona facilmente ma devo ammettere che con Enrico sempre intorno mi ricordo sovente il significato della parola gioia;
  • tempo fa ho trovato su YouTube una vera chicca: il video di Annarella dei CCCP - FEDELI ALLA LINEA (e giusto ora ho notato anche questo!) .
    Con l'occasione segnalo quello che è il mio sito preferito su questo straordinario gruppo:
    CCCP - FEDELI ALLA LINEA
    Un tentativo di cronologia
    Tomo I - Apprendisti musicisti
    Dalle origini al 1895

    che purtroppo sembra ormai versare in uno stato di totale abbandono :-( . In ogni caso continua ad essere una miniera di informazioni: pur avendolo visitato numerose volte ho scovato solo recentemente lo strepitoso filmato di un'esibizione dal vivo di Curami.
    Tra l'altro mi sono appena accorto che uno degli studi dove registravano si chiamava Studio Superfluo, che strana coincidenza!
  • La tv rientra certamente nel superfluo.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 6:24 PM in /

domenica, 4 marzo 2007

Alla Paia

Inauguro quest'oggi la categoria recensioni. Il motivo è presto detto: oggi a pranzo sono stato al ristorante. Ci vado di rado ma oggi a casa abbiamo deciso che era d'uopo andarci. Ho mangiato bene e così mi son detto che poi l'avrei scritto sul blog. Successivamente ho deciso di fare anche una categoria apposita e di adottare una linea editoriale mollichiana, il che vuol dire che scriverò solo recensioni positive. Non aspettatevi molti post visto l'andazzo generale del blog.

Ristorante Alla Paia, via Fabbrica 6, Tregnago (VR):

  • è vicinissimo all'ex cementificio. Fino a poco tempo fa poteva essere un posto interessante da visitare per gli amanti dell'archeologia industriale ma ora stanno demolendo quasi tutto,
  • il cibo ottimo ma non sono un palato fine,
  • porzioni giuste, tendenti all'abbondante,
  • circa 30 euro a persona.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:59 PM in recensioni/

Scrinsciot

Quanto bella è la parola scrinsciòt?

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Scritto da Nicola Piccinini alle 11:16 PM in /scrivi come mangi/

venerdì, 5 gennaio 2007

Ero un ghik e non lo sapevo

Devo correggere il mio precedente post: avrei dovuto scrivere {ghik} e non {giik}. Oggi ho infatti casualmente scoperto che è questa la giusta pronuncia inglese della parola geek!

Che io fossi ignorante era cosa risaputa ma sono convinto di aver sentito usare la pronuncia sbagliata da molti altri e questo mi dà l'occasione per affermare una volta in più che se esistessero e venissero applicate delle semplici regole di adozione dei termini inglesi eviteremmo di fare un enorme macello che non giova a nessuno.

Geek non è stato inserito nei miei due dizionari on-line di riferimento ma credo sia solo questione di tempo. Quando avverrà, se ho ragione nel ritenere che la pronuncia [giik] si sia già imposta non credo che si cercherà di correggerla (sarebbe un po' come se ora mi costringessero a dire [pazol] invece di [puzzle], non sia mai!) e così ci troveremo con una nuova eccezione tra le eccezioni dell'italiano: una parola con una pronuncia diversa sia dall'originale inglese sia da quella che si potrebbe ricavare dall'ortografia.

Un po' di tempo fa Enrico Maria Milic parlava di vivacità della lingua. Secondo me va bene la vivacità ma con ordine. Se serve adottiamo pure mezzo vocabolario inglese e mettiamo cappa ovunque ma, al tempo stesso, facciamo come i fisici che cercano omogeneità e simmetria in ogni cosa e provano sempre a ricondurre ogni formula ad un ristretto numero di equazioni base.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 1:18 AM in /scrivi come mangi/

venerdì, 22 dicembre 2006

Il giik delle USB

L'ultimo post di Sakscia mi induce a raccontarvi nel dettaglio com'è andata.

Come si sarà capito, sono un sostenitore del software a codice aperto e da molti anni, pur conscio delle potenziali difficoltà che ciò comporta, utilizzo quasi esclusivamente sistemi operativi GNU/Linux (ultimamente, mio malgrado, non è più così ma questa è un'altra storia).

Purtroppo però non sono molto abile come amministratore di sistema e perciò, memore anche delle peripezie necessarie per usare le porte USB ai tempi in cui iniziavano a prendere piede, ritenevo che per far funzionare la nostra macchina fotografica con Debian mi occorresse almeno una settimana di tempo e avevo sempre lasciato perdere.

Punto sul vivo però non ho più potuto ritrarmi e così:

  1. attacco la macchina fotografica alla minacciosa porta USB;
  2. il sistema ci pensa un attimo e mi dice che ha trovato una macchina fotografica digitale e mi chiede se deve importare le foto;
  3. penso con gioia: c'è un giik in me e rispondo di sì;
  4. attendere prego;
  5. dove cavolo sono finite 'ste foto?
  6. Gioia, senza farsi notare, esce dalla stanza, giik, un po' sconsolato, mi si siede a fianco;
  7. decido di installare l'applicazione A e, gia` che ci sono, anche B e C, giik approva silenziosamente;
  8. l'applicazione A riconosce la macchina fotografica e la chiama per nome, gioia torna ad avvicinarsi;
  9. dove cavolo sono 'ste foto?
  10. Guardo nelle cartelle della macchina fotografica che ritengo possano contenere foto ma non ne trovo. Occhiataccia tra me e giik. Gioia, in cucina, si prepara un panino;
  11. provo ad installare il pacchetto P ma è un po' antisociale e mi dice che con R1, R2, ..., Rn non vuole stare. Stranamente però pretende che con lui venga installato anche UAdP (Unico Amico di P);
  12. decido di accontentare P, R1, ..., Rn non la prendono benissimo;
  13. dopo varie peripezie riattacco la macchina fotografica, il sistema ci pensa un attimo (almeno credo) ma non dice una parola;
  14. dopo attenta riflessione (2 secondi circa), mando P e UAdP a finire di guardare la serie dei film di Conan il barbaro e chiedo scusa a R1, ..., Rn che acconsentono a ritornare;
  15. il sistema torna a riconoscere la macchina fotografica;
  16. riapro l'applicazione A;
  17. guardo meglio nelle cartelle della macchina fotografica e trovo le foto là dove erano fin dall'inizio;
  18. raccolgo con i polpastrelli qualche briciola di gioia;
  19. giik si complimenta con me: te la sei cavata in una ventina di minuti (sottointeso: invece dei dieci secondi occorrenti, considera però che poteva andarti molto peggio!).

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Scritto da Nicola Piccinini alle 2:43 AM in informatica/

martedì, 7 novembre 2006

Il personal sciopper

Il personal sciopper!!! Come ho potuto dimenticarlo?! Si tratta di una figura professionale di cui, io che detesto andar per negozi, avrei grande bisogno:

Toh, ciapa trenta euro e va tome da vestir che no go più gnente de neto da metarme. Tegni el resto.

Temo solo che i suoi servigi non siano così a buon mercato :-(

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Scritto da Nicola Piccinini alle 1:39 AM in /scrivi come mangi/

lunedì, 6 novembre 2006

Nuove professioni

Ehm, quadrimestrale volevo dire, non bimestrale!

La verità è che ho troppe cose per la testa per seguire come si deve anche queste mie insulse iniziative. Il materiale però non mancherebbe: basta guardare un po' di televisione per trovare un sacco di casi adatti ad essere trattati in questo spazio. L'ultima volta che l'ho fatto mi sono imbattuto in alcune nuove professioni:

  • il praivat banker, perché non banchiere privato o simili?
  • Il mobiliti manager, per il quale si poteva arrischiare il neologismo mobilitatore
  • e infine il laif coc, che io avrei chiamato maestro di vita, o, se proprio vogliamo stare sull'esotico, maestro zen con fatturazione mensile.

Confesso che non mi spiacerebbe fare il manager della mobilità, professione per la quale credo di essere particolarmente vocato (sono uno di quelli che quando fanno benzina al self servis stanno bene attenti a non lasciarne nemmeno una goccia nel tubo!). Non riesco invece a capire quale possa essere l'utilità del laif coc ma se ve ne serve uno e pagate bene contattatemi pure che vedrò di informarmi. Su richiesta mi alleno un po' (che non mi farebbe male) e vi faccio anche da personal trainer (o treiner?).

Prima di terminare non posso non segnalare l'ultimo stupido post della mia consorte che, evidentemente condizionata dalla coabitazione, se la prende con il kinder bueno uait (di nuovo notate come l'inglese sia la lingua più perfida, l'unica che non si lascia pronunciare (o scrivere) come si deve!).
Mi preme anche informarvi che il lessico di Enrico migliora velocemente e mentre sa già chiamare con disinvoltura papà Nicola non riesce ad andare al di là di un mama scakia (seguito spesso da fragorose risate :-) e, per conto mio, è già fin troppo bravo.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 3:21 AM in /scrivi come mangi/

lunedì, 4 settembre 2006

Disturbato psichicamente

Sento il dovere di rispondere al post di Enrico Maria Milic intitolato Linux e il disturbo psichico.

Un paio di premesse:

  • da più di 10 anni uso abitualmente GNU/Linux al lavoro e a casa (e non mi pare che la mia psiche ne abbia risentito più di tanto ;-) ), questo per dire che sopperisco abbondantemente con l'esperienza alla poca competenza nel parlare di questi temi. Divagando un po': Windows invece lo uso molto raramente, mi capita di farlo solo su macchine altrui e tutte le volte sono impacciatissimo, sembra quasi che non abbia mai visto un computer. Dato che spesso, in quei casi, figuro come l'esperto di turno la situazione diventa particolarmente imbarazzante!
  • non è mia intenzione dare il via ad una delle classiche battaglie tra sostenitori di sistemi operativi diversi, voglio solo fare alcune precisazioni, peraltro già stranote, che ritengo utili a chi legge per una migliore comprensione della questione.

Punto per punto:

  • Thunderbird per la posta, Firefox per il web e Open Office per i software di testi, calcolo e presentazioni

    per i primi due non dovrebbero esserci molti problemi visto che si usano in ambienti basati prevalentemente su standard aperti. Il discorso purtroppo cambia per Open Office perché opera dove lo standard di fatto sono i formati proprietari Microsoft. Visto che, per quanto ne so, non esiste una documentazione pubblicamente consultabile su come siano fatti tali formati, l'attuale compatibilità offerta dai prodotti a sorgente aperto è stupefacente ma, purtroppo, ancora insufficiente :-( . Un discorso analogo lo si può fare per Thunderbird e Firefox per quel che riguarda la fruizione di documenti non canonicamente {ueb}, ad esempio i video. Questo è uno dei più grandi ostacoli alla diffusione di GNU/Linux.
  • incompatibilità di schede audio varie, per esempio, mi fanno diventare un’avventura complessa usare Skype

    il problema della mancanza di driver è incontestabile ed è un altro grosso ostacolo alla diffusione di GNU/Linux. Va però precisato che, in teoria, chi produce l'hardware dovrebbe anche fornire idonei driver idonei. Questo infatti avviene abitualmente per i sistemi Microsoft ma raramente per GNU/Linux perché probabilmente non si reputa conveniente sostenere il costo necessario a soddisfare una piccola fascia di potenziali utenti. Non si possono però imputare agli sviluppatori di Ubuntu o di qualsiasi altra distribuzione GNU/Linux tali mancanze. Non è un caso che il problema si senta molto meno per quel che riguarda i dispositivi di connessione di rete, visto che la quota di mercato dei server GNU/Linux è molto più significativa.
  • Gimp come programma per la grafica - che ogni tanto mi tocca usare - è un programma sfigato e scadente.

    Gimp rimane un mistero anche per mia moglie e me. A detta di molti è un software potentissimo ma, a mio parere, è troppo difficile da usare. Probabilmente richiede una certa dimestichezza con concetti di grafica al computer a me del tutto ignoti.
  • Ma la cosa peggiore è quella che mi sto sobbarcando ora: per aggiornare Ubuntu dalla versione 5 alla 6 non c’è una - dico una - guida in inglese o in italiano che permetta a un "human being" come me di capire come fare senza frizzi e lazzi di righe di comando, shell e pippette varie.

    Qui quel che va precisato è che il passaggio tra due versioni principali di una distribuzione non è una pipetta. È un po' come passare da Windows 98 a Windows XP operazione che, nella mia ignoranza, non credo sia indolore e richieda invece tante reinstallazioni e riconfigurazioni.
    Ad ogni modo su Ubuntu, a braccio, dovrebbe bastare editare il file /etc/apt/sources.list sostituendo il nome della vecchia versione con quello nuovo, poi aprire un terminale di root (suvvia, non bisogna avere paura dei terminali!), lanciare il comando apt-get update che aggiorna il database dei pacchetti e poi il comando apt-get dist-upgrade che effettua concretamente l'aggiornamento. Penso che, con un accesso ssh, si possa far fare l'operazione in remoto a qualche amico più competente ma per esserne sicuro dovrei chiedere al mio sistemista di fiducia (non vorrei che un aggiornamento così importante chiudesse la connessione a lavoro incompleto!).
    In generale credo che la gestione degli aggiornamenti di sistema sia un punto di forza di GNU/Linux, non il contrario. Tanto per dire io la settimana scorsa ho spostato il mio sistema su un disco più capiente in un paio d'ore (il tempo materialmente necessario per riscaricare e reinstallare il sistema e copiare i miei dati) perdendo una sparuta minoranza delle mie configurazioni e personalizzazioni. Tutto questo senza masterizzare alcun cd o dvd, operazione che detesto.

In conclusione, a mio parere, è per certi aspetti vero che, al giorno d'oggi, usare GNU/Linux sia un atto di masochismo. Non bisogna però pensare che ciò sia causato dalla mente folle dei {gik} che sviluppano software a sorgente aperto (beh, ogni tanto forse è proprio così ;-) ). La ragione fondamentale è che esiste il monopolio Microsoft nei sistemi operativi su macchine desktop, ciò condiziona implicitamente la produzione di ogni materiale informatico (software, documenti, ecc.) rendendolo molto più facilmente fruibile all'interno di tale ambiente. Una riprova di ciò è che quando si opera, come me, in settori tradizionalmente legati a GNU/Linux spesso il lavoro risulta più complicato se svolto con Windows.

In altre parole, l'indiscutibile migliore facilità di utilizzo di Windows è in massima parte dovuta al fatto che tutti (o quasi) ce l'hanno e tutti (o quasi) assumono (erroneamente) che anche chi adopererà la loro roba ce l'ha. C'è, in questo senso, una diffusa mancanza di sensibilità nei confronti di chi preferisce non usare prodotti proprietari. Detto questo, a mio parere, sarebbe buona cosa se tutti, ad eccezione degli azionisti Microsoft, si impegnassero, con l'uso quotidiano del computer, a ridurre la propria dipendenza da Windows e, più in generale, da formati e protocolli chiusi, perché il monopolio giova solo ai monopolisti.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 8:51 AM in informatica/

venerdì, 19 maggio 2006

Laif is nau

Ehm, forse avrei dovuto specificare che la rubrica era a cadenza bimestrale ;-) .

Per il numero di oggi me la cavo con un semplice link: laif is nau (via dotcoma)

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Scritto da Nicola Piccinini alle 2:33 PM in /scrivi come mangi/

mercoledì, 15 marzo 2006

Japlish

La settimana scorsa a dISPENSER hanno parlato del noizu. Di questo servizio a noi, più che la corrente musicale, interessa la spiegazione di come le parole straniere vengano adattate al giapponese con l'applicazione di precise regole, non vi ricorda nulla?
Una veloce ricerca mi ha portato a questo bellissimo articolo: Japanglish, Janglish o Japlish, che costituisce una vera miniera di spunti.

Numerose sono le analogie con la situazione italiana o con quanto scritto nell'esporre la teoria sugli anglicismi, cito ad esempio:

  1. la supremazia culturale statunitense dal dopoguerra ad oggi potrebbe essere una spiegazione convincente di questo fenomeno

  2. In Giappone, così come in Italia, sono molti coloro che portano avanti la solida convinzione di preferire varianti autoctone a termini che suonano esotici. Infatti, ultimamente, la tendenza all'uso di neologismi, creati soprattutto prendendo in prestito parole anglosassoni, sta diventando incontrollabile. Se, da un lato, il processo di importazione di terminologia inglese con successiva “nipponizzazione” serve a coprire delle assenze, soprattutto nel settore informatico, della moda, della cucina, dello sport, dall'altro sembra andare incontro piuttosto ad un’esigenza di stile. Dire furesshu (ingl. fresh, fresco), al posto di sawayaka, produce un effetto più attraente e dà al testo un’impronta esotica che piace particolarmente ai giovani.

  3. Ciò che trasforma la parola straniera in una parola inconfondibilmente giapponese è il suo adattamento fonetico. La nuova parola, dopo aver fatto il suo ingresso, non solo non viene più scritta in caratteri latini, ma viene anche adeguata alle regole della propria pronuncia, in pratica diventa a tutti gli effetti una nuova parola giapponese.

Come si evince dall'ultimo punto, la regola utilizzata è molto più radicale di quella da me proposta per l'italiano, influisce infatti sia sull'ortografia che sulla pronuncia. In effetti ci sono molti casi in cui questo è opportuno anche per l'adattamento alla nostra lingua, vedi ad esempio gli aggettivi che terminano in -able o i sostantivi che terminano in -tion che sono comunemente (e più propriamente) trasformati in -abile e -zione piuttosto che in -abol e -scion come vorrebbe una ceca applicazione della regola.

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Scritto da Nicola Piccinini alle 1:45 AM in /scrivi come mangi/

martedì, 14 marzo 2006

scrivi come mangi

Nel presentare la mia teoria sugli anglicismi ho dato vita al movimento scrivi come mangi ed ora non posso esimermi dal fare di Superfluous una testimonianza attiva di tale iniziativa! Questo significa che talvolta, in questo spazio personale, mi prenderò la libertà di scrivere le parole straniere applicando la regola principale della teoria. Scriverò ad esempio part taim al posto di part time e oll rait invece di all right. Alle volte, per maggiore chiarezza, contornerò queste parole con delle parentesi graffe (e così avremo {oll rait} invece di all right). Altre volte continuerò a scrivere i forestierismi con l'ortografia originale.
Per non confondere troppo le idee, cercherò di essere coerente all'interno di ogni singolo post (salvo casi eccezionali come questo).
Se troverete situazioni in cui non si capirà se la regola sia stata applicata o meno non preoccupatevi: non si tratterà di qualche eccezione alla teoria ma, più semplicemente, mi sarò sbagliato a scrivere oppure avrò un'idea sbagliata della pronuncia della parola ;-) .

A proposito della pronuncia: dove utile terrò buona anche la convenzione proposta nella presentazione della teoria, ovvero l'uso dell'ortografia italiana che più le si avvicina scritta tra parentesi quadre.

Ho infine intenzione di tenere una rubrica sul tema composta dai post collocati nella categoria omonima al movimento. blojsom consente di abbonarsi allo specifico {fiid} utilizzando uno dei seguenti indirizzi:

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Scritto da Nicola Piccinini alle 2:20 AM in /scrivi come mangi/

lunedì, 27 febbraio 2006

Teoria sugli anglicismi

Premessa

Non so spiegarne la ragione ma l'adozione di termini inglesi nella lingua italiana è un tema che, da sempre, mi appassiona. Ecco perché mi sento autorizzato a scriverne anche se non sono minimamente qualificato per farlo :-) .

Introduzione

Se nel mondo si parlasse una sola lingua molte cose sarebbero più semplici ed io ne sarei ben lieto (perché, tanto per dirne una, non mi farei più tante paranoie sull'Itaglish o sull'argomento di cui mi appresto a scrivere). Purtroppo non è così, l'inglese si è praticamente imposto come lingua internazionale ma, a livello locale, la gente continua ad usare il proprio idioma originario. Un effetto di questa convivenza, nel caso dell'Italia e dell'italiano, è per l'appunto una crescente adozione di anglicismi.

Negli ultimi anni l'attenzione su questo tema, che nel passato passava abbastanza inosservato, è molto aumentata (o per lo meno questa è la mia impressione).
L'esempio più evidente (che conosca) è quello della trasmissione Diario condotta dalla giornalista Roberta Giordano che fino alla fine del 2005 andava in onda su Radio 24. Tale trasmissione ospitava regolarmente Francesco Sabatini, attuale presidente dell'Accademia della Crusca. Egli, sollecitato dalle domande degli ascoltatori, parlava spesso di specifici termini inglesi diventati d'uso comune in italiano e qualche volta estendeva il discorso a delle considerazioni di carattere generale.
Altri esempi si possono trovare cercando in rete, tra questi mi piace ricordare i post di Assente (già citati su Superfluo) che, oltre ad essere interessanti, includono riferimenti a varie altre risorse.

Cause

Ho già detto nell'introduzione della convivenza tra italiano ed inglese che crea certamente un terreno fertile alla mescolanza tra le due lingue. Esistono anche altri motivi per cui siamo inclini ad utilizzare sempre più anglicismi? A tal riguardo ho sentito molte volte Sabatini appellarsi alla maggiore sinteticità di tale lingua rispetto alla nostra. In molti casi ciò è certamente vero ma questa secondo me è soltanto una concausa: se non esiste un modo comodo per dire una cosa si potrebbe sempre idearlo (spesso è quel che è appena stato fatto per la parola che prendiamo a prestito!), o no? I veri motivi sono quindi altri:

  • un diffuso disimpegno nella cura della nostra lingua,
  • semplice pigrizia, perché devo spaccarmi la testa a trovare una nuova parola? Non sono nemmeno pagato per farlo!
  • mancanza di fantasia, vorrei trovare una parola adatta ma proprio non mi viene! Ogni volta che faccio questa considerazione mi chiedo anche quanto di vero ci sia nel luogo comune che vorrebbe tutti gli italiani pieni di estro e fantasia (a cui spesso ho sentito appellarsi vari amministratori delegati nostrani per propagandare i propri prodotti ;-) ).
  • preferenza per le parole non italiane. A molti di noi pare più bello chiamare le cose con il loro nome straniero anziché con un italiano fuori moda (o dovrei dire demodé? ;-) ).

L'ultimo dei precedenti motivi, qualche volta in combinazione con la pigrizia, è alla base dell'uso più ingiustificato, e che quindi meno comprendo, dei termini inglesi nell'italiano. Per illustrare meglio cosa intendo, posso rifarmi di nuovo ad Assente, che nel suo post L'italiano non piace agli italiani l'ha esemplificato alla perfezione, oppure ad un divertente articolo sul Giornale di Brescia. Qualche esempio in più però non guasta mai:

  1. tempo fa ad un telegiornale radio invece di dire guardia del corpo usavano il corrispettivo inglese. In questo caso si trattava, credo, di disattenzione visto che nelle edizioni successive il termine era stato tradotto :-) ma il fatto che succedano queste cose è già significativo,
  2. girovagando in rete ho notato che una delle tipologia in cui un sito cataloga i bar di Verona è l'After dinner. Questo invece è, secondo me, il tipico caso in cui abbiamo uno strano rifiuto per la nostra lingua: evidentemente dopo cena, anche se più corto, suona male, non rende l'atmosfera quanto after dinner (immaginatelo pronunciato con la giusta enfasi ...). Col cavolo! After dinner non vuol dire altro che dopo cena (ad esser precisi, se fosse stato scritto con un trattino tra le due parole, significa del dopocena) e questa è la sola atmosfera che suscita in un madrelingua inglese. È invece francamente ridicolo che a noi italiani faccia un altro effetto. Chi ricorda il film Un pesce di nome Wanda? Ecco, a parti invertite siamo come la protagonista che si eccitava a sentire il proprio compagno pronunciare in italiano nomi di pietanze ed altre frasi comuni (se avete un'amante inglese e vi chiedete quali siano le pietanze giuste potete leggervi il divertentissimo copione del film),
  3. ultimamente sento spesso usare l'espressione smoking gun (sono tempi bui) quando in italiano ce n'è una di altrettanto evocativa: canna fumante. Secondo me l'unica giustificazione plausibile per tale preferenza è un eccesso di anglofilia,
  4. i prodotti che troviamo pubblicizzati un po' ovunque hanno nomi di fantasia che spesso tradiscono una qualche origine esotica. Questo può significare due cose:
    1. o tutti gli esperti di marketing sono particolarmente soggetti al fascino straniero,
    2. o ci sono delle oggettive ragioni per ritenere che il nome italiano faccia vendere meno.
    Secondo me le due cose sono collegate e valgono entrambe: gli esperti di marketing soffrono di esterofilia al pari di molti altri, la stessa esterofilia rende più accattivante il nome straniero,
  5. si potrebbe scrivere un intero post sui titoli dei film hollywoodiani che, molto spesso, non vengono tradotti. Capirei se poi venissero proiettati in lingua originale ma invece continuiamo a doppiarli e quindi qualcosa proprio non mi torna! Io comunque mi chiedo se veramente Hostel sia in qualche modo più intrigante di Ostello ...
  6. se concentriamo la nostra attenzione a certi particolari settori, i termini inglesi compaiono in quasi ogni frase. Noi informatici ci battiamo bene ma anche quelli che si occupano di economia non scherzano, come può appurare chiunque abbia la voglia di ascoltarsi un loro convegno.
Aspetti negativi

Fin qui ho descritto il fenomeno ed ho discusso di quelli che sono i motivi scatenanti. Ora spiegherò perché io ritenga che esso possa essere in qualche modo dannoso.

La presenza di una parola di origine straniera nell'italiano, di per sé, non mi preoccupa minimamente! Al limite, come detto, mi infastidisce un po' quando è del tutto superflua. È normale che, confrontandosi con altre culture, si rubino dei termini e questo non è affatto negativo. Nel passato è già successo moltissime volte senza causare grossi problemi ed oggi usiamo comunemente un sacco di parole che provengono dal francese, dal tedesco, dall'arabo o da chissà quale altra lingua.

Dell'origine straniera della maggior parte di questi termini però non ce ne accorgiamo minimamente perché il loro assorbimento è stato graduale e si sono perfettamente adattati alla nostra lingua. Ecco un esempio di come potevano andare le cose un tempo (almeno credo): nei mercati arrivava un prodotto straniero e i venditori, non ricordandosi bene il nome originale, lo storpiavano un po' (o se lo inventavano di sana pianta :-) ). Lo stesso facevano poi i clienti parlandone ai loro amici e parenti. In questo modo, di passaparola in passaparola, storpiatura dopo storpiatura, si formavano tante nuove parole per indicare quel prodotto. Col trascorrere del tempo, infine, una sorta di selezione naturale faceva sopravvivere solo i termini che si erano meglio adattati alla lingua locale. Oggi invece, se negli Stati Uniti d'America presentano la Play Station, dopo pochi minuti anche tutti noi vogliamo quella macchina delle meraviglie e sappiamo anche esattamente come chiamarla: la Play Station, che fa tanto figo ma altro non è che una postazione di gioco. Tutte queste nuove parole diventano subito d'uso comune ma spesso non sono molto compatibili con la nostra lingua e quindi possono causare qualche inconveniente!

Per spiegare meglio in cosa consista questa incompatibilità e tali conseguenti inconvenienti occorre distinguere tra italiano parlato e italiano scritto.

Occorre inoltre introdurre una convenzione per indicare il modo in cui sono articolate le parole straniere: metterò tra parentesi quadre il termine che letto all'italiana mima la pronuncia in questione (o meglio, quella che io credo sia la pronuncia), qualche esempio: team -> [tiim]
hockey -> [ochei]
mobbing -> [mobbingh]
boom -> [bum]
wrestling -> [vrestlingh]

L'uso dei simboli fonetici al posto di questa convenzione sarebbe stato certamente più preciso ed elegante ma, purtroppo, va al di là delle mie conoscenze in materia :-( .

Nella lingua parlata, per la verità, il problema non è molto grave. In questo contesto, infatti, il processo di italianizzazione è del tutto naturale: le parole vengono adattate automaticamente perché altrimenti non potrebbero essere utilizzate. I verbi ad esempio devono essere coniugati con i nostri tempi e modi e costituiscono così una ricca fonte di veri e propri neologismi che non arrecano alcun danno alla nostra lingua, anzi, semmai la arricchiscono. Per quanto riguarda la pronuncia, la maggior parte delle persone, spontaneamente, preferisce dare un suono più italiano ai termini inglesi e anche questa, a mio modesto avviso, è una cosa positiva. Per la verità ad alcuni tra quelli che conoscono molto bene l'inglese preme usare la corretta pronuncia ma questo è un errore perché stanno parlando in italiano! (una piccola nota: non abbiatene a male per quanto ho scritto, io in realtà vi invidio moltissimo per la vostra padronanza dell'inglese!) L'ignoranza quindi è una volta tanto propizia :-) ma produce anche degli effetti collaterali: siccome siamo in tanti a non sapere il modo giusto in cui si dice una parola inglese, capita di ritrovarsi con diverse versioni orali dello stesso termine e questo, chiaramente, genera un po' di confusione.
È interessante osservare che alle volte la forma ad imporsi è quella sbagliata, cioè quella che non corrisponde alla dizione originale. In un bel post di Blog from Italy sono riportati alcuni casi del genere oltre ad altri divertenti esempi di parole introdotte dall'inglese che hanno addirittura assunto un nuovo significato.

Se dunque, nella lingua parlata (a mio avviso), l'invasione in atto non crea troppi danni, nella lingua scritta abbiamo invece uno scempio :-( . Di primo acchito potrebbe sembrare strano: se il termine inglese va bene nel parlato perché non anche nello scritto? In effetti per lo scritto si possono ripetere, nel bene e nel male, la maggior parte delle osservazioni fatte al punto precedente ma c'è un aspetto in più da considerare.
Quando alle scuole medie studiavo tedesco mi insegnavano che tale lingua, come l'italiano, ha delle regole fisse di pronuncia. Ora purtroppo l'italiano ha perso questa caratteristica proprio a causa dell'enorme numero di termini inglesi che sono stati adottati negli ultimi anni e questo è il motivo per cui ritengo che il fenomeno sia anche dannoso!

Sembra una cosa da poco ma non è così:

  • molti anni fa, quando a scuola facevo il dettato, sentita una parola era relativamente facile scriverla (doppie consonanti a parte per le quali i trentini come me hanno di solito un rifiuto congenito). Ora però è tutto un altro paio di maniche ... Provate ad immaginare i bambini che devono scrivere il project manager, durante il meeting, descrisse con precisione i know how necessari per la realizzazione dello studio (va bene lo ammetto, non credo che sia una tipica frase da dettato ma non mi veniva in mente altro e rendeva molto bene l'idea ;-) )!
  • Vale anche il percorso contrario: quando vedo come è scritta una parola italiana so anche, a meno di errori su dove porre l'accento, come pronunciarla. Con i termini provenienti dalle lingue straniere non è più così e di nuovo mi rattristo a pensare ai bambini delle elementari chiamati a leggere ad alta voce qualche paragrafo del sussidiario o qualche articolo di giornale ... Se penso che a me Magnum P. I. e l'A-Team (che inspiegabilmente venivano pronunciati [magnum piai] e [eitim]) erano bastati a creare insidiosi dubbi, credo che i bambini di oggi siano in preda a turbe psichiche di non poca rilevanza ;-) !
  • La discussione nata sulla Wikipedia italiana a proposito della corretta ortografia di scautismo (o scoutismo ;-) ) costituisce una dimostrazione evidente dei non pochi problemi connessi a questa questione.

C'è infine una problematica che riguarda in egual modo il parlato e lo scritto: come vanno declinate al plurale le parole adottate dell'inglese? Fortunatamente mi pare che siano gran pochi quelli che si azzardano, come nella lingua d'origine, ad utilizzare una s finale che in italiano è oltremodo cacofonica! Nella maggior parte dei casi però questi termini finiscono con una consonante e quindi non si prestano nemmeno ad una facile italianizzazione del plurale. Conseguentemente si tende a lasciare invariata la parola ma, visto il grande numero di casi di cui stiamo parlando, a lungo andare questa tecnica potrebbe avere effetti deleteri :-( .

La teoria

Visto che, come ho spiegato, ci sono certi aspetti di questo fenomeno che non vanno bene, è ovvio che io mi auguri che qualche cosa venga fatto a livello nazionale per porvi rimedio. Finora però, a giudicare dall'andazzo generale, mi pare che non sia ancora stato messo in pratica nulla di efficace per evitare questi problemi e nessun elemento mi fa pensare che in futuro ci sarà un'inversione di tendenza :-( .

Questo articolo (in forma di post) non vuole però limitarsi semplicemente a descrivere (e un po' criticare) lo stato delle cose. Esso intende anche illustrare la mia donchisciottesca soluzione, o meglio, una delle mie tante idee strampalate che pomposamente chiamo teorie e che, se applicate, risolverebbero i problemi del mondo ;-) (e che mia moglie è periodicamente costretta a sorbirsi ;-) ). Non si tratta comunque di nulla di particolarmente originale, la soluzione proposta (come sovente capita) è già chiara a molti, manca solo la volontà di metterla in pratica.

Come si potrebbe dunque rimediare al problema? Non sarebbe poi così difficile! Basterebbe stabilire delle regole precise da applicare per l'uso di termini stranieri e richiedere la loro adozione in ogni contesto pubblico (in primo luogo ai mezzi di informazione). Immagino che in paesi come Francia e Spagna vengano presi provvedimenti di questo tipo e che essi siano anche efficaci. Tali lingue sembrano infatti meno inquinate della nostra pur essendo ugualmente soggette alla pressione dell'inglese (me ne rendo conto quando confronto le diverse traduzioni delle interfacce delle applicazioni software).

L'aspetto interessante della cosa però è la definizione di tali regole.

Una prima ed ovvia norma di buon senso è certamente quella di usare i termini italiani quando questi siano disponibili. Siccome però, come ho già detto, questo non è l'aspetto nocivo del problema (fintantoché il discorso resti comprensibile ai più ...), si tratta di una regola opzionale, la cui applicazione è lasciata alla buona volontà delle persone desiderose del mio personale encomio ;-) :

  • se, riprendendo un esempio già fatto, parli di una bodyguard non ti biasimo ma se la chiami guardia del corpo allora mi sei un po' più simpatico;
  • un mio caro amico è fin troppo purista perché aziona con il mouse l'icona. Non vedo perché non voglia usare il verbo cliccare, un neologismo perfetto che si integra senza alcun problema nell'italiano orale e scritto e che è pure inserito nei dizionari. La cosa strana è che invece non badi al sorcio che secondo me meriterebbe ben maggiore attenzione :-) .

Nel caso in cui non esista un equivalente italiano del termine inglese, una seconda norma potrebbe imporre l'ideazione all'uopo di nuove parole. Questa credo fosse la consuetudine sotto il regime fascista ma io sono di manica più larga. Se qualcuno vuole prodigarsi nella creazione di italianissime parole faccia pure, io mi accontento del termine straniero, mi piacerebbe però che venisse adottato nel rispetto delle regole che seguono.

Qualsiasi sia dunque il motivo che ci porta a introdurre nella nostra lingua un vocabolo straniero (per pigrizia mentale, necessità di un sinonimo :-) , esterofilia, effettiva mancanza di un termine equivalente, ecc.) è necessario che esso assuma sembianze italiane. Come già detto per molti aspetti questo avviene in modo praticamente automatico e quindi in tutti questi casi possiamo evitare di stabilire delle regole apposite e lasciar lavorare il caso. Fa purtroppo eccezione la questione dell'ortografia che invece richiede il rispetto della seguente fondamentale norma:

i termini stranieri vanno scritti con l'ortografia italiana che ne imita la pronuncia originale. Nel seguito, per maggiore chiarezza, metterò le parole scritte secondo i dettami di questa regola tra parentesi graffe. Qualche esempio:

  • call center che, se non sbaglio, è pronunciato [coll senter], va quindi scritto {coll senter}, {treiner} indica il trainer (o l'allenatore) mentre, sul videoregistratore, i pulsanti possono essere etichettati con {plei}, {bech} e {forvuord} (o forse {foruord}?);
  • concedetemi anche qualche esempio per informatici: {debaggare} (da notare che anche bug, o {bag}, è entrato nei dizionari), {chillare}, {postare} che va bene con ortografia invariata, ecc.

Volendo veramente applicare questa soluzione, occorre definire meglio svariati dettagli, tra i quali:

  • se manca nella nostra lingua un suono adatto ad imitare una particolare pronuncia inglese, allora si dovrebbe decidere qual è l'articolazione italiana da usare sulla base di un criterio di vicinanza con l'originale. Ciò fisserebbe univocamente anche l'ortografia di tutte le parole con quel suono.
    Una seconda possibilità è quella dell'aggiunta di nuovi simboli o, più in generale, di nuove regole ortografiche, per gestire quel particolare suono. Bisogna però stare molto attenti a non creare ambiguità e ricascare nel problema che stiamo cercando di risolvere, bisogna cioè evitare di trovarsi con più modi per scrivere lo stesso suono o con più suoni associati alla stessa ortografia.
  • nel caso di parole la cui pronuncia termina con una c o un g gutturali (ad esempio block notes e shopping), io le scriverei rispettivamente, con un ch ({bloch notes}) o gh finali ({scioppingh}). Alternativamente, al posto del ch e del gh si potrebbero usare (anche all'interno delle parole) la k e una nuova lettera chiamata gappa. Questa però è un'altra teoria :-) .
  • analogamente, nel caso di parole la cui pronuncia termina con una c una g o un sc palatali (ad esempio coach e fotofinish) io le scriverei, rispettivamente, con una c ({coc}, da notare la differenza con {coch} che sta per cock e che non è (ancora) una parola italiana), una g e un sc ({fotofinisc}) finali.
  • come rendiamo il suono della x? Con la stessa lettera oppure usiamo la combinazione di consonanti cs? L'importante, comunque, è che si scelga ed usi una sola forma.

Si noti che l'applicazione di questa regola ci permetterebbe, con mio somma soddisfazione, di togliere di mezzo almeno tre lettere inutili del nostro alfabeto: la j, il w e la y. La k invece secondo me potrebbe essere utilizzata ovunque al posto del ch (ma questa sarebbe una causa ancor più donchisciottesca!) mentre alla x concedo il beneficio del dubbio.

Credo poi che sia necessario prevedere un'eccezione alla regola:
i nomi propri mantengono l'ortografia originale,
anche se ciò aprirebbe tutto un altro filone di discussione su cosa debba essere considerato nome proprio e cosa no.

Se perciò consideriamo Play Station un nome proprio, allora va scritto {Play Station} e non {Plei Stascion}, e così per {Clint Eastwood} e {Josey Wales}, {texano} (o {tecsano}?) dagli occhi di ghiaccio.

Per il momento non ho ancora le idee chiare in merito alla questione dei plurali. Come ho già detto temo che il mantenere tutte queste parole invariate al plurale possa rendere in troppi casi ambigua la nostra lingua. D'altra parte credo che all'invenzione di nuove parole ad hoc non sia una tecnica destinata al successo anche se esempi come {faili}, plurale di {fail} (cioè il file, da non confondersi con le file, plurale di fila), hanno un loro fascino :-) .

Conclusioni

Tutto qua, la teoria è tutto sommato molto semplice: in pratica consiste nella sola applicazione di una banale regola di scrittura dei termini inglesi. Il suo impatto sarebbe però rilevante:

  • da una parte garantirebbe il mantenimento di regole fisse di pronuncia nell'italiano. Come ho spiegato, questa è a mio parere una caratteristica molto utile della nostra lingua che è oggi messa in discussione dall'adozione di parole straniere. Fin che si tratta di poche, rare eccezioni non si fanno grossi danni, anzi si aggiunge un pizzico di colore che a qualcuno può anche piacere. L'invasione in atto non può essere invece accettata senza per lo meno porsi il problema.
  • dall'altra creerebbe forse qualche difficoltà in più nell'apprendimento dell'inglese, lingua che è ormai indispensabile in molti ambiti professionali. A prescindere dalla mia folle proposta, penso che non avrebbe senso condizionare l'evoluzione dell'italiano ad un calcolo di convenienza di questo genere (e per così poca e dubbia convenienza poi!).

L'applicazione della teoria non è comunque in discussione dato che nessuno la prenderà mai sul serio :-) . Che sia però potenzialmente possibile metterla in pratica è fuori di dubbio come può constatare chiunque si prenda la briga di provarci.
Chi lo fa, noterà una cosa strana: risulta più difficile adottare la regola di scrittura proposta piuttosto che utilizzare direttamente l'ortografia inglese! Ciò è un po' paradossale perché il fine principale (e unico) della teoria è proprio quello di semplificare le cose, assoggettando gli anglicismi alle comuni norme italiane. Tale disorientamento, secondo me, deriva dal fatto che siamo già abituati a scrivere quei termini all'inglese ma con un po' di esercizio ogni incertezza svanirebbe. Ricordiamoci poi che i bambini imparano a scrivere da zero e certamente preferiscono affidarsi ad un'insieme preciso e limitato di norme piuttosto che a un guazzabuglio di regole di pronuncia italiane e inglesi (con il dubbio su quali dover applicare di volta in volta) corredate da centinaia di casi particolari. Infine, diciamolo pure, anche tutti gli ignoranti come me sarebbero molto contenti di non dover più ricorrere al vocabolario ogni volta che gli tocchi scrivere o dire qualche parola di provenienza straniera.

Tutto il discorso fatto si può estendere a termini di qualsiasi origine. Il caso dell'inglese però è certamente il più importante perché è da lì che attualmente provengono la stragrande maggioranza delle nuove parole e perché si tratta di una lingua molto vicina all'italiano. Questa sua vicinanza, come già detto, rende facile l'assorbimento delle parole nel parlato e ci fa sottovalutare gli effetti deleteri nello scritto. Se l'invasione in atto fosse da parte di una lingua molto più distante dalla nostra, allora forse le difficoltà nell'utilizzarla ci renderebbero più consapevoli dei danni arrecati e quindi saremmo più incentivati a cercare qualche rimedio. Tanto per dirne una: se si trattasse di parole tedesche nessuno si farebbe problemi a sostituire la ß con una doppia s. Se non altro perché sulle tastiere italiane tale lettera non c'è :-) .

Il modo migliore per terminare questa sezione mi sembra sia l'istituzione, seduta stante, del movimento scrivi come mangi finalizzato alla promozione della teoria qui esposta. Semplifichiamo la nostra vita e quella dei nostri figli! Al motto per un italiano facile da scrivere e da leggere prendiamo tutti parte a l'iniziativa scrivi come mangi! Questo per lo meno fino a quando l'inglese (o qualche altra lingua) non sarà conosciuto da ogni essere umano. Quel giorno potremo abbandonare tutti gli idiomi locali e smettere (soprattutto io) di farci certi problemi. Io ne sarei felice ma dubito di vivere abbastanza a lungo per vedere concretizzarsi una cosa del genere.

Un'alternativa

Essendo stato breve e conciso, ho ancora spazio per una divagazione sul tema.

Esiste una seconda tecnica, ortogonale a quella proposta, che consente di mantenere l'usuale facilità di lettura e scrittura dell'italiano. In realtà, grazie a mio padre, è anche stata la prima a venirmi in mente.

Evidentemente, quando era giovane lui, la televisione e la radio non erano onnipresenti e la carta stampata la faceva ancora da padrone nel diffondere ogni novità. Le parole straniere venivano quindi imparate per come erano scritte mentre ne rimaneva ignota la pronuncia. Fu così che molti anni fa, in un rara discussione in famiglia su temi musicali, lui se ne esce con poi sono arrivati i Beatles ma a me non piacevano tanto (per la verità le parole precise saranno state più vicine a queste: dopo è vegnù fora i Beatles ma a mi noi me piaseva masa). E allora? E allora Beatles era pronunciato leggendo la parola all'italiana, cioè [beatles] e non [bitols]! La cosa, ovviamente, da sciocco adolescente e saputello qual ero, mi fece piuttosto ridere! In seguito però (precisamente dopo i già citati casi di Magnum P. I. e A-Team) riflettei meglio sulla cosa e capii che era lui ad avere ragione!

La regola alternativa è proprio questa: scrivere i termini nel modo originale ma leggerli all'italiana. Questa regola è chiaramente duale rispetto a quella proposta ed è quindi vantaggiosa dove l'altra è svantaggiosa e viceversa. Ho tra l'altro notato che questa regola trova già una tacita applicazione in alcuni nostri modi di dire: quanti, come me, pronunciano made in Italy così come è scritto (cioè [made in itali]) invece che [meid in itali] (che credo sia la pronuncia originale inglese)?

Per la precisione devo dire che essendo Beatles un nome proprio forse sarebbe meglio mantenere sia l'ortografia che la pronuncia originali, quindi mio padre non aveva proprio tutta la ragione ;-) .

Avvertenze

Ovviamente io sono un sostenitore di scrivi come mangi ma sono anche consapevole che si tratta di un movimento privo di alcuna autorevolezza (e, oserei dire, un tantino di nicchia). Sono quindi costretto, mio malgrado, a scrivere gli anglicismi così come indicano i dizionari cioè, tranne qualche rara eccezione, con la loro ortografia originale. In genere, comunque, tendo ad evitare l'uso di termini stranieri, specialmente quando sono scritti in modo che una lettura all'italiana non ne produce la corretta pronuncia (e questi purtroppo sono la stragrande maggioranza dei casi). Per non risultare ora troppo contraddittorio, preciso che titolo e descrizione di Superfluos sono in inglese per dualità con Superfluo, che invece ha titolo e descrizione in italiano pur essendo scritto in uno pseudo-inglese.

Quando mi capita di cimentarmi in (approssimative) traduzioni ed incappo nella classica parola che non si riesce a rendere nella nostra lingua applico lo stesso criterio. Se l'ortografia è sana allora mi prendo la libertà di adottare la parola così com'è, il miglior esempio che possa fare a tal riguardo è post (anche se purtroppo coincide con il prefisso italiano post ma questo è tutto un altro genere di problemi). In caso contrario posso anche lanciarmi nell'ideazione di improbabili neologismi ma il più delle volte devo desistere e rassegnarmi ad usare il termine originale. Per questi casi un buon esempio sono la syndication ed i relativi feed. Siamo di fronte a due parole che stanno diventando di uso comune ma che non sono ancora entrate nei dizionari (per lo meno nei due, on line, che consulto abitualmente) e che quindi possiamo ancora considerare straniere. Purtroppo bisogna anche constatare che:

  • non esistono, per quel che ne so, delle traduzioni condivise di tali termini nella nostra lingua,
  • hanno un'ortografia malsana.

Su Superfluos ho quindi azzardato un provviste al posto di feed e ho lasciato syndication invariata. Quanto più belle sarebbero però state {sindicascion}, {fiid} e, già che ci siamo, {on-lain}?

Mia moglie si chiama Sakscia ma si pronuncia [sacsia]. Non è mai stato chiaro se si tratti di un nome di origine straniera o se sia frutto della fervida fantasia dei suoi genitori, a riguardo ci sono testimonianze contrastanti che, a parer mio, nascondono la volontà di prendere le distanze dall'accaduto ;-) . Fatto sta che portare quel nome è piuttosto scomodo: non c'è occasione in cui non sia necessario spiegare come sia scritto all'interlocutore di turno! Neanche a dirlo, nel periodo in cui iniziavamo a frequentarci, io affrontai il tema dell'ortografia e della pronuncia di Sakscia centinaia di volte, a ripensarci adesso mi chiedo come abbia fatto a sposarmi ... (già me la immagino quando leggerà questa frase e dirà ed era solo la punta dell'iceberg (o {aisbergh}?)!)

Altre risorse/Approfondimenti

Se qualcuno è giunto fin qui allora probabilmente sarà interessato a approfondire la questione (non è necessario farlo subito ;-) ). A tal fine, delle tante cose che ho trovato scrivendo questo articolo, segnalo le seguenti:

Technorati Tags:

Scritto da Nicola Piccinini alle 12:17 AM in teorie/

martedì, 22 novembre 2005

di quel che non c'è si fa senza

Grazie ad Alex ho tradotto il sottotitolo di questo blog ed ora la dualità con Superfluo è completa.
Queste sì che sono soddisfazioni :-P .

Scritto da Nicola Piccinini alle 3:09 AM in /

giovedì, 17 novembre 2005

Una scelta in più

Proposta di legge per la destinazione dell'otto per mille alla ricerca scientifica.

Scritto da Nicola Piccinini alle 2:59 PM in /

mercoledì, 9 novembre 2005

Presentazione

Superfluous è lo spazio in Italiano di Superfluo.
Come tradurreste in Inglese di quel che non c'è si fa senza? Grazie

Scritto da Nicola Piccinini alle 1:34 AM in /